Contro un timore!

Tramutare il pianto in rabbia,
per asciugare con la rabbia il pianto.
Alzare lo sguardo per vedere un volto allo specchio
che riconosci per un lampo negli occhi
ed un sorriso a metà nella carne magra.
Rabbia che scorre nelle vene come fosse bruciante medicina,
ma spegne il freddo sottopelle
ed infiamma il battito del cuore.
Nessuna resa per chi riconosce alla vita il supremo valore,
nessuna rassegnazione, neppure in ogni riga nera
che vorrebbe fissare un risultato.
Non si può perdere senza combattere
e non c’è guerra senza un nemico da affrontare.
Soprattutto ora, che il mio nemico getta il suo perfido guanto di sfida,
per giunta alla stessa carne che l’ha generato.
A testa alta, comunque, con un’arma a mio vantaggio.
Non c’è in comune la grande forza del mio animo
che respira la bellezza di quanto è fuori di me,
ed appartiene a ciò che ogni giorno vive, muore e poi rinasce,
in un ciclo senza fine.
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Bersaglio mobile

Bruma, che quieta i rumori,
assonnata come una flebile voce,
mentre lontano si spinge un ricordo;
ma la vista si appanna, come vetro,
tra il freddo che cerca fessure
ed il tiepido respiro di un fuoco che non lo riceve.
Ancora sornione tra le righe di queste parole,
sempre più rade,
ritrovate da un bacio, un abbraccio,
un desiderio di lasciare la vecchia strada
per nuovi incontri.
E così è.
Mentre la neve nasconde primavera,
mentre il sole non smette di darmi forza e coraggio,
così come la notte protegge le mie paure e gli inganni.
Foglie cadute, dimenticate come giorni di festa.
Riposo di mani segnate da un duro lavoro,
rugose come corteccia di quercia,
pergamene scritte dal tempo e destinate all’oblio.
Ma tutto ciò che rimane non sarà per domani.
Lo colgo ora, nella quieta e modesta dimora di un animo franco.
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Vecchie parole

Tempo fa un’amica mi scrisse:
“le parole hanno un peso…”
ed ora, che il nostro incontro è solo un ricordo,
mantengono vero ciò che volevano esprimere.
Cammino per altri sentieri
e lascio libere le parole nell’aria.
Nessun inchiostro a difenderle,
nessuna carta a racchiuderle dietro una smorfia od un sorriso.
A chi importerebbe sapere da dove vengono?
A quale età appartengono?
Nel passato sono solo foglie cadute,
ormai calpestate dalle emozioni,
forse humus per campi bisognosi di spunti di vita.
Nel presente sono solo risvegli,
occhi aperti su un nuovo giorno che arriva
e mantiene il mistero della sua fine.
Attingono al mondo che mi circonda,
al volo di un uccello che si libra nell’aria,
alla goccia che cade da un esile ramo
e disegna cerchi nell’acqua.
Alle tue carezze ed ai tuoi rimpianti,
al tuo corpo che invecchia insieme al mio,
con cicatrici e nuove rughe d’amore.
Ma rimangono vecchie parole, senza un peso,
se non le doniamo di un’anima propria.
Ed io, ancora ci provo,
ancora.
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Tecno solitudine

Scrivo sempre delle stesse cose,
eppure sono così diverse per me,
come in autunno le fogli cadono dallo stesso albero
ma non sono mai le stesse.
L’apparenza mostra simili colori e rumori,
ma gli occhi, senza i filtri dell’abitudine,
vedono sempre qualcosa di nuovo.
Che banalità, vero?
In un mondo tecnologicamente avanzato,
ma immerso in una solitudine profonda
non c’è tempo per questa considerazione;
il simile non sarà mai unico
e l’unicità sarà sempre paragonata ad un simile.
Quanti tramonti nelle nostre memorie digitali,
quante immagini di stagioni che arrivano e passano,
quanti volti immortalati in sorrisi che poi si perdono
e scompaiono nella nostra precaria memoria.
Ed è per questo che scrivo di nuovo delle stesse cose,
di queste sfumature di giallo ed arancione che dipingono le nostre giornate,
di pozzanghere ai lati della strada che riflettono il cielo azzurro e la notte,
di mani in tasca alla ricerca di qualche chiave ed un po’ di calore.
E scrivo dei tuoi occhi, una finestra su un mondo che amo e rispetto.
E di altro ancora, che mira all’analogica del cuore.
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Ritorno di sera

Quando il silenzio pennella tenui colori
sullo sfondo di miti pensieri,
cade l’autunno con la sua danza di foglie
e muto rimane il canto di una vita che si addormenta.
Un velo leggero di aria umida
imperla i fili d’erba di gocce lucenti.
L’attesa dei primi raggi di sole…
e si dissolve la pena notturna di qualche vecchio dolore.
E nel mezzo rimane uno sguardo,
sorpreso e rapito ogni volta da tanto meraviglioso mistero.
Ma poi inciampa, incauto, nella solitudine del tempo,
che sfoca all’orizzonte di una via,
dove ancora la luce resiste al calar della sera.
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Fuori c’è

Esplode quel che non si può trattenere.
Con l’irruenza di un fiume in piena,
di una rabbia riversa su vecchi rancori,
come schegge impazzite di un ordigno nascosto
da una vile esistenza capace solo di armarlo.
Ed esplode quel che non si può trattenere,
come lacrime calde sul viso,
per un sogno appena infranto,
o per una gioia che invade il cuore
e risale a risplendere nei nostri occhi.
Esplodono i nostri silenzi d’indifferenza,
le nostre finte malattie per non osare.
Ma fuori c’è,
tutto quello che forse abbiamo dimenticato.
Non serve a nulla volerlo,
bisogna solamente farlo.
O esploderà dentro l’animo,
al più, con un impercettibile rumore.
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