Lampi di luce

Tuona lontano
e la notte si accende disegnando maestose nubi nel cielo.
Poi torna una tavola nera,
ma nell’aria c’è già odore di pioggia e di buona campagna,
di cupi pensieri per quell’uomo che pensa alla vigna.
Si piegano le cime degli alberi,
ondeggiano ad un canto portato dal vento.
Non temono ciò che conoscono,
come se avessero un’anima che invoca e calma la madre terra.
Ed io, a piedi nudi,
mi muovo solerte cercando un riparo,
con lo sguardo fisso a quei lampi di luce
che forse, sono segnali da rispettare.
Ora la pioggia batte le sue note violente,
rumore che diventa musica
e musica che diventa un sorriso bagnato
tra lacrime e gioia,
in un filo di voce che si fa dolce preghiera.
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Contro un timore!

Tramutare il pianto in rabbia,
per asciugare con la rabbia il pianto.
Alzare lo sguardo per vedere un volto allo specchio
che riconosci per un lampo negli occhi
ed un sorriso a metà nella carne magra.
Rabbia che scorre nelle vene come fosse bruciante medicina,
ma spegne il freddo sottopelle
ed infiamma il battito del cuore.
Nessuna resa per chi riconosce alla vita il supremo valore,
nessuna rassegnazione, neppure in ogni riga nera
che vorrebbe fissare un risultato.
Non si può perdere senza combattere
e non c’è guerra senza un nemico da affrontare.
Soprattutto ora, che il mio nemico getta il suo perfido guanto di sfida,
per giunta alla stessa carne che l’ha generato.
A testa alta, comunque, con un’arma a mio vantaggio.
Non c’è in comune la grande forza del mio animo
che respira la bellezza di quanto è fuori di me,
ed appartiene a ciò che ogni giorno vive, muore e poi rinasce,
in un ciclo senza fine.
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A metà

La guardo, come fosse un volto straniero,
foriero di una lingua che non comprendo.
Dai, sporcarla con dei segni neri,
tracce di un animo in difesa
ed in balia di un beffardo destino: ma rinuncio.
E le lancette faticosamente risalgano la china
per poi buttarsi a capofitto verso il basso: opaca illusione.
Ma fuori ormai è primavera,
almeno nei fiori che sbocciano e nei briosi canti del bosco.
Dentro al cuore ancora un pò d’inverno,
un pò di rabbia e granelli di follia.
Ti riguardo, ma non mi sembri poi così sconosciuta.
Apprezzo la tua innocente rugosità quando ti stendi fronte a me,
in attesa che la mano traduca con lentezza
battito e respiro.
Missiva per metà dell’infinito…
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Mani aperte

Mano ferma, senza resa,
mentre l’animo trema, spaurito.
Lo sguardo indaga in cerca d’indizi,
su un’altura che non da spazio ad ulteriori passi.
La brezza accarezza i capelli ribelli,
asciuga gli occhi e la fatica,
rincuora.
Tutto immobile all’orizzonte,
così lontano;
tutto scorre vorticosamente sotto i miei piedi.
Inquadratura dall’alto
come scene di un film,
quelle finali, che non sempre danno certezza
di come è andata a finire.
Mano rugosa prestata al tempo,
portatrice di storie senza voce,
con tanto coraggio e pazienza,
a volte ferita da un pianto.
Sono forse divinità che stemperano i colori nella notte?
Un fuoco si ravviva, lo riconosco.
Scalda il cuore e non mi lascia andare.
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Bersaglio mobile

Bruma, che quieta i rumori,
assonnata come una flebile voce,
mentre lontano si spinge un ricordo;
ma la vista si appanna, come vetro,
tra il freddo che cerca fessure
ed il tiepido respiro di un fuoco che non lo riceve.
Ancora sornione tra le righe di queste parole,
sempre più rade,
ritrovate da un bacio, un abbraccio,
un desiderio di lasciare la vecchia strada
per nuovi incontri.
E così è.
Mentre la neve nasconde primavera,
mentre il sole non smette di darmi forza e coraggio,
così come la notte protegge le mie paure e gli inganni.
Foglie cadute, dimenticate come giorni di festa.
Riposo di mani segnate da un duro lavoro,
rugose come corteccia di quercia,
pergamene scritte dal tempo e destinate all’oblio.
Ma tutto ciò che rimane non sarà per domani.
Lo colgo ora, nella quieta e modesta dimora di un animo franco.
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Tecno solitudine

Scrivo sempre delle stesse cose,
eppure sono così diverse per me,
come in autunno le fogli cadono dallo stesso albero
ma non sono mai le stesse.
L’apparenza mostra simili colori e rumori,
ma gli occhi, senza i filtri dell’abitudine,
vedono sempre qualcosa di nuovo.
Che banalità, vero?
In un mondo tecnologicamente avanzato,
ma immerso in una solitudine profonda
non c’è tempo per questa considerazione;
il simile non sarà mai unico
e l’unicità sarà sempre paragonata ad un simile.
Quanti tramonti nelle nostre memorie digitali,
quante immagini di stagioni che arrivano e passano,
quanti volti immortalati in sorrisi che poi si perdono
e scompaiono nella nostra precaria memoria.
Ed è per questo che scrivo di nuovo delle stesse cose,
di queste sfumature di giallo ed arancione che dipingono le nostre giornate,
di pozzanghere ai lati della strada che riflettono il cielo azzurro e la notte,
di mani in tasca alla ricerca di qualche chiave ed un po’ di calore.
E scrivo dei tuoi occhi, una finestra su un mondo che amo e rispetto.
E di altro ancora, che mira all’analogica del cuore.
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Ritorno di sera

Quando il silenzio pennella tenui colori
sullo sfondo di miti pensieri,
cade l’autunno con la sua danza di foglie
e muto rimane il canto di una vita che si addormenta.
Un velo leggero di aria umida
imperla i fili d’erba di gocce lucenti.
L’attesa dei primi raggi di sole…
e si dissolve la pena notturna di qualche vecchio dolore.
E nel mezzo rimane uno sguardo,
sorpreso e rapito ogni volta da tanto meraviglioso mistero.
Ma poi inciampa, incauto, nella solitudine del tempo,
che sfoca all’orizzonte di una via,
dove ancora la luce resiste al calar della sera.
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