Colpa di una canzone

No, ti prego, adesso non odiarmi,
guarda nei miei occhi
e trovaci una luce.
Ho chiuso sempre troppe porte
ma adesso no,
ho deciso di portare dentro il sole.
Stringi forte le mie mani,
tremano ancora, hanno fame di domani
e non so se posso raccontarti
di un animo che ha ritrovato il tempo
di baciare l’infinito e rimediare…
nell’istante di una vita che finisce…
e si accorge di essere importante
solamente insieme a te.
E’ una musica nell’aria tra la gente indifferente
che rimane insieme al tuo profumo,
mentre te ne vai…
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Piccole gocce

Ecco che il giorno si abbandona dolcemente
nell’abbraccio della sera.
Ovunque si posi lo sguardo,
c’è foschia che avvolge ogni angolo di vita.
E’ la luce dei lampioni che regna sull’ombra
e si veste di un biancastro mantello.
Sembra tutto racchiuso in questo minuscolo mondo.
Piccolissime gocce solleticano la pelle scoperta,
ma non le mani che giocano nascoste
nelle tasche del veccchio cappotto.
Stringono una chiave ed una manciata di sogni.
Tra il silenzio del viale, qua e là,
cadono ancora le foglie ingiallite,
come coriandoli fuori stagione.
Si posano a terra, volteggiando con grazia,
ad attutire i miei passi.
Non manca l’odore profondo del bosco.
Lo respiri con le immagini che hai raccolto nel tempo
e che ritrovi come lampi di luce e ne capisci l’origine.
Un sorriso distende una ruga
in questa normalissima sera.
La quiete sembra di casa, così come questo freddo autunnale
di una stagione destinata a passare.
Lo so, visioni antiche di un presente che muta,
memore della sua storia.
Io, come tanti, di passaggio,
autore e comparsa di questo spettacolo itinerante.
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Carta matta?

Quel vecchio strano
che cammina solo e svelto
sul bordo della strada.
Ci incrociamo quasi ogni mattina.
Stessi orari e poco altro ci accomuna.
Tu, sguardo basso ed indifferente
a ciò che ti sfiora e ti circonda.
Apparentemente, vesti una vita
buttata malamente sulle spalle,
come uno scialle logoro di lana ormai ingiallita.
Io, rintanato dietro al parabrezza,
ti osservo curioso, domandandomi perché
non cammini in sicurezza sulla pista dei pedoni.
Sembri un Don Chisciotte d’altri tempi
che vuol sfidare l’esercito meccanico del mattino,
una forza immensa alla conquista di una stessa meta.
Una storia di pochi secondi,
che si ripete sempre uguale e non si ricorda più.
Qualcuno oserebbe pensare a “destini incrociati”,
nel paradosso di due vite parallele
che probabilmente non si incroceranno mai.
Buon giorno vecchio matto.
Uno dei tanti destini, pescati a caso nell’urna del presente.
Invisibile ai più, con tuo grande rischio,
ma marcato e definito quando incrocia gli occhi
non velati da una tiepida abitudine.
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Ladro di niente

Scrivo e cancello. Scrivo, leggo e cancello.
Niente di nuovo, eppure tutto così diverso.
Ripetizioni, errori di battitura,
scivoloni e sbandate,
con pensieri che irrompono, si scaldano
ed evaporano ancora per formarne altri.
E sono la brina che adesso adorna i fili d’erba,
e sarò il raggio di sole che domani la trasforma.
Ed ancora, sarò il vento che se la porta via per formare nuvole.
Sogni.
Rubo qua e là, senza che nessuno se ne accorga,
rubo cose senza valore, quelle dimenticate da altri,
quelle abbandonate sulla pelle del cuore
e che rimangano, come giornali sbiaditi, per giorni sulle panchine.
Scrivo, non leggo nemmeno e poi cancello.
Uno spazio bianco è uno sguardo sull’infinito,
i caratteri neri sono già una storia che appartiene al passato.
E fingo di rubare al tempo, cancello,
e fingo di rubare al futuro, scrivendo,
per poi ripetere come un mantra alla vita,
“scrivo e cancello”,
seppur tutto resta nella mia anima ingenua.
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Improvviso calore

L’autunno novembrino porta il sole in questo luogo,
dove, con sorpresa, l’estate non ha mai potuto entrare.
Un verde mosaico che ora cambia giorno dopo giorno
e si scompone, mostrando superbamente un colore azzurro dietro ai rami.
Che ironia.
Ci voleva una carezza fredda per sentire nuovamente calore.
Traccio un segno tra la polvere sul vetro.
Intravedo un sorriso a cui aggiungo occhi
ed un malinconico pensiero d’amicizia.
Uno specchio virtuale del mio volto,
immagine abbozzata di un corpo prigioniero con riserva.
C’è un silenzio tra l’improvviso cadere delle foglie.
Poi un profondo respiro.
Oltre quel sorriso sul vetro,
che rimarrà fino al tramonto,
la consapevolezza di non aver incatenato il cuore.
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La panchina

A cosa credi in questa sera scura?

Le nuvole
 mi sfiorano, cariche di pioggia
e lo sguardo basso evita il grigio uniforme di un indistinto orizzonte;
cerco colore nelle foglie d’autunno per terra.
Pensieri che mutano con il respiro,
si appannano e poi si dissolvono, come fumo dei camini accesi.
Parole che scivolano e inciampano, mescolandosi,
appaiono come smorfie di un comico fuori orario.
Odore di muschio, di legna bruciata, di minestra sul fuoco.
La panchina che gocciola e riluce solitaria sotto il lampione.
Schivo una pozzanghera, come risposte che non so dare.
Il freddo autunnale cerca spazi sulla pelle coperta.
Trova una ruga sul viso e dentro,
una lacrima ferma;
neppure lei sembra volersene andare.
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Venti contrari

È la sera della luna dietro un velo
che illumina il ricordo del tuo viso,
quando guancia contro guancia
giocavamo a disegnare sogni nella notte scura.
E cadere nella rete di un desiderio complice,
per finire a ricercare un amore dentro il letto,
senza chiedere certezze ad un domani,
ma neppure fingere graffiando l’anima.
L’aria umida si sospende sopra i prati,
una ragnatela stesa a catturare la malinconia
o forse solo la solitudine di un abbraccio vuoto.
Dove sei con i tuoi inganni, adesso?
Dove lasci la tua impronta sul cuscino
ed un sorriso in quello specchio che non ci riflette più ?
Mani in tasca ed il cuore cucito nella fodera.
Mi vesto di ragione che non ha calore,
ma in fondo neppure chiede di morire ad un sentimento mai sopito.
Ah, se fossi vento ora!
Soffierei così forte da nasconderti, beffandoti,
dietro a polvere di antiche steĺle, ormai dimenticate.
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