Se fuori piove

E’ il tepore del fuoco che stasera scalda il cuore
e le ossa stanche dalla fatica del giorno.
Finalmente piove sulla polvere dei sentieri,
sui castagni arsi da un Settembre troppo caldo.
Gocce che cadono senza far male e donano pace,
lavano le macchie di un animo a volte stanco,
a volte solo impaziente di vita.
Paralleli di un’esistenza disegnata tra la maestria di un bosco
e la meraviglia della natura umana,
sfregiata da una malattia che fa paura solo a nominarla
e ricucita da un filo magico di speranza e volontà.
Lacrime e pioggia,
con la differenza che le prime sono calde e ci sono giorni in cui
nemmeno il sole riesce ad asciugarle.
Le fiamme danzano, così come le mie emozioni.
Mi scappa un sorriso appresso ad un pensiero
ed un profondo respiro.
Tu dormi accanto,
mia dolce guerriera
ed il resto è semplicemente pioggia.
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Limitatamente

Come è facile perdersi
e come è difficile spiegarlo
a chi ti osserva con gli stessi occhi
e non vede la valigia che stai preparando.
Ombra in dissolvenza al calare della notte.
Graffi sulle vernici vecchie nascoste dentro i muri,
come nell’animo che manda segnali debolissimi,
che non disturbano la monotonia dei vostri gesti.
Speri che qualcuno li comprenda,
qualcuno dotato di sensibili armonie.
Toccare corde per produrre note,
o forse solo rumore,
o forse solo illusioni per una eco senza ritorno.
Eppure continuano a vibrare nella carne,
disegnando cerchi che si allontanano da un punto indefinito
all’infinito del tempo,
passando inesorabilmente il confine della mia vita.
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Lampi di luce

Tuona lontano
e la notte si accende disegnando maestose nubi nel cielo.
Poi torna una tavola nera,
ma nell’aria c’è già odore di pioggia e di buona campagna,
di cupi pensieri per quell’uomo che pensa alla vigna.
Si piegano le cime degli alberi,
ondeggiano ad un canto portato dal vento.
Non temono ciò che conoscono,
come se avessero un’anima che invoca e calma la madre terra.
Ed io, a piedi nudi,
mi muovo solerte cercando un riparo,
con lo sguardo fisso a quei lampi di luce
che forse, sono segnali da rispettare.
Ora la pioggia batte le sue note violente,
rumore che diventa musica
e musica che diventa un sorriso bagnato
tra lacrime e gioia,
in un filo di voce che si fa dolce preghiera.
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Contro un timore!

Tramutare il pianto in rabbia,
per asciugare con la rabbia il pianto.
Alzare lo sguardo per vedere un volto allo specchio
che riconosci per un lampo negli occhi
ed un sorriso a metà nella carne magra.
Rabbia che scorre nelle vene come fosse bruciante medicina,
ma spegne il freddo sottopelle
ed infiamma il battito del cuore.
Nessuna resa per chi riconosce alla vita il supremo valore,
nessuna rassegnazione, neppure in ogni riga nera
che vorrebbe fissare un risultato.
Non si può perdere senza combattere
e non c’è guerra senza un nemico da affrontare.
Soprattutto ora, che il mio nemico getta il suo perfido guanto di sfida,
per giunta alla stessa carne che l’ha generato.
A testa alta, comunque, con un’arma a mio vantaggio.
Non c’è in comune la grande forza del mio animo
che respira la bellezza di quanto è fuori di me,
ed appartiene a ciò che ogni giorno vive, muore e poi rinasce,
in un ciclo senza fine.
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A metà

La guardo, come fosse un volto straniero,
foriero di una lingua che non comprendo.
Dai, sporcarla con dei segni neri,
tracce di un animo in difesa
ed in balia di un beffardo destino: ma rinuncio.
E le lancette faticosamente risalgano la china
per poi buttarsi a capofitto verso il basso: opaca illusione.
Ma fuori ormai è primavera,
almeno nei fiori che sbocciano e nei briosi canti del bosco.
Dentro al cuore ancora un pò d’inverno,
un pò di rabbia e granelli di follia.
Ti riguardo, ma non mi sembri poi così sconosciuta.
Apprezzo la tua innocente rugosità quando ti stendi fronte a me,
in attesa che la mano traduca con lentezza
battito e respiro.
Missiva per metà dell’infinito…
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Al caldo del cuore

Freddo pungente in questo quadro d’autore.
La neve gelata geme sotto il peso delle punte d’acciaio.
Nessuno risponde a questo continuo lamento,
nemmeno gli abeti vestiti di bianco.
A cosa servono le parole,
che rimangono liquide,
come il ruscello che scorre sotto la lastra di ghiaccio.
Qua e là, vecchie impronte di animali raminghi
si perdono e si confondono.
Fantasmi al mio cospetto, in queste prime ore dell’alba.
A passo di marcia risalgo il pendio,
oltre lo spazio del bosco
e lo sguardo si espande alle cime maestose,
irraggiungibili.
E’ vero, la fatica insegna ad essere umili,
perchè molte di queste cose resteranno anche dopo di me.
Sempre più freddo, quassù
ed il fiato sono sbuffi,
pennacchi di vita che volano via.
Ma guarda, anche i pensieri seguono lenti,
a volte persi in mille ricami
per poi tornare pimpanti
se la quota richiede attenzione.
Ma ad ogni passo qualcosa s’aggiunge
ad un bagaglio che non porta peso,
ma tenerezza e poesia nei solitari luoghi dell’animo.
Solo, senza solitudine,
nell’inverno che regna,
ma consapevole che nel cuore di questo apparente deserto,
rinasce sempre una vita.
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