A metà

La guardo, come fosse un volto straniero,
foriero di una lingua che non comprendo.
Dai, sporcarla con dei segni neri,
tracce di un animo in difesa
ed in balia di un beffardo destino: ma rinuncio.
E le lancette faticosamente risalgano la china
per poi buttarsi a capofitto verso il basso: opaca illusione.
Ma fuori ormai è primavera,
almeno nei fiori che sbocciano e nei briosi canti del bosco.
Dentro al cuore ancora un pò d’inverno,
un pò di rabbia e granelli di follia.
Ti riguardo, ma non mi sembri poi così sconosciuta.
Apprezzo la tua innocente rugosità quando ti stendi fronte a me,
in attesa che la mano traduca con lentezza
battito e respiro.
Missiva per metà dell’infinito…
.
..

….

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Incurabilmente

Tutto ho confuso,
nella pazzia della mia malattia.
Ma ricordo i tuoi occhi ed il tuo profumo,
la tua mano che ha stretto la mia.
Non ho potuto farmi capire con le parole,
dimenticavo le frasi da dire.
Tremavo di fronte al dolore
e tu che pensavi fosse il freddo di questa stanza.
Severi invasori hanno occupato il mio corpo,
come fosse un campo di guerra,
ma non ho visto vittorie, neppure guerrieri,
e nessuno ha chiesto permesso.
Lontano il mio mondo,
troppo vicino alle stelle,
dove la parete del cielo
non è altro che un televisore.
Si allungano le notti rugose,
quando qualcuno si affaccia a spiare.
Fingo e non respiro,
sperando che qualcuno si accorga di me,
di quello che sono oltre lo sporco pigiama.
Tu mi hai stretto la mano,
ed io non parlavo,
mi hai accarezzato la pelle,
non hai avuto paura di me.
Ora che non ho più pensieri
e la mente si fonde con la medicina,
mi son disegnato i tuoi occhi
e li guardo sorridenti nello specchio di un bagno.