La sedia

Mi piace questa idea.
Immaginare l’incertezza di un certo nostro vivere, come lo scricchiolare di una vecchia sedia, quando ci troviamo commensali alla presenza di facce poco conosciute. Nella nostra tenera e perenne indecisione, cerchiamo di rimanere immobili, misurando azioni e reazioni ed evitando brusche oscillazioni. Ma un equilibrio precario ha sempre in serbo una sorpresa.
Ed ecco quel perfido gesto temerario di allungare un braccio verso il pane: nel brusio del gentile colloquiare, cigola o meglio stride, la sedia sotto il peso degli anni, quasi fosse un lamento dal profondo delle giunture o dal cuore. O improvvido destino! Speranzosi che nessuno abbia udito, ci blocchiamo come statue dentro un parco, con il braccio teso, in attesa del ritorno di una falco pellegrino. Ma la speranza è resa vana dal silenzio che cala sul convitto e dagli sguardi che convergono sulla nostra fragile figura. Necessita emergere da questo voluto isolamento. Non c’è falco, né piccione che vola nella stanza. Ritiriamo il braccio con finta sicurezza e qualcosa bisogna pur dire, sempre che l’inquietudine di tante compresenze non renda effimero il pensiero. Un sorriso di circostanza è quello che ci vuole, in attesa di una frase geniale da sparare a tradimento:
“…questa sedia soffre della mia presenza e della mia pazienza…”.
Dopo il botto attendi una eco di ritorno; forse qualcuno ha capito la battuta, ma altri si guardano dubbiosi. Una voce emerge dall’imbarazzo generale: “… o forse richiama l’attenzione di chi, con maestria, si finge assente!…”.
Sorridiamo in mancanza di argomenti, lasciamo perdere quel briciolo di pane irraggiungibile e ricerchiamo l’equilibrio del corpo sul sedile. Come un’onda anomala che s’infrange sulla rena, aspettiamo che si ritragga al mare. Ora, la cosa ha perso d’importanza ed ognuno è già passato oltre.
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Quante volte nella nostra vita respiriamo impercettibilmente, quasi la nostra presenza fosse un disturbo. Quante volte rinunciamo al pane, a ciò che ci spetta, per timore di esser visti e di affrontare l’altro.
Cigoliamo pure sulle nostre sedie, ci sarà chi ci comprende e chi ci critica. Non restiamo invisibili per paura e se proprio decidiamo di cambiare posto, facciamolo per scelta consapevole e non per fuga.

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