Morire di rabbia

Magma incandescente che ribolle nel ventre del vulcano, mentre la pressione sale e gli sbuffi di vapore non lasciano ancora presagire in superficie cosa succederà. D’improvviso un boato che scuote dal profondo, il tempo di alzare lo sguardo e di vedere bocche aperte che eruttano lava, colando dai bordi rivoli rossi.

E’ la rabbia che esplode violenta quando non abbiamo osservato il vulcano, non ne abbiamo capito gli avvisi ma al contrario ne abbiamo nell’indifferenza alimentato quell’amara fornace.

La rabbia che si fa pazzia, che non discrimina il vero dal falso, il giusto dall’errore. C’è chi poi se ne fa padrone pensando di poter guidare questi cento cavalli impazziti e non sa che ne è trasportato, tira briglie che non guidono e si confonde nella polvere. E’ la rabbia che si fa pazzia e fa dilaniare corpi inermi e innocenti, è la rabbia delle bombe che fanno rumore e mescolano il sacro con il profano, mescolando la vita con la morte come fosse il cambio del mazzo di carte. E’ la rabbia di chi non ha trovato l’amore ed ha confuso la luce con le tenebre, l’odio con il rispetto, la forza con il silenzio della morte dell’altro. E’ la rabbia feroce che devasta chi ce l’ha, come devasta le cose, come un esercito di cavallette che divora al suo passaggio. E’ la rabbia che investe energia nel dolore, nella vendetta, nel vedere l’altro cadere ai suoi piedi a sputare quel sangue che pensa diverso.

Chi viaggia la vede per strada, la legge nei giornali, la guarda in sterili fotografie, ma poi passa oltre, gira pagina e cerca l’oroscopo.

Sono le grandi rabbie, quelle che fanno rumore di vetri infranti e cassonetti che bruciano, di sciarpe sul viso e bastoni nelle mani. Sono le rabbie disegnate sui muri, scolpite nelle ferite delle piazze, sopite nei gruppi che nella loro solitudine si uniscono per un ideale di buio, unica luce accecante di guida.

Poi ci sono le piccole rabbie, quelle di ogni giorno, che si mostrano come salita improvvisa e poi arrivate alla cima, si calmano, si distendono in una lunga discesa. Non devastano le strade, non imbrattano con scritte minacciose ma qualcosa lasciano dentro, un gusto d’amaro che difficilmente passa bevendoci sopra.

… e ci sono le rabbie buone, quelle dei pugni chiusi che battono sul tavolo o contro la porta chiusa, la rabbia dell’impotenza per qualcosa che non hai fatto e che non potevi fare. Queste non fanno male, o meglio fanno star male, ma provengono dall’amore, quell’amore che non avevi ancora finito di dare, quell’abbraccio che non avevi ancora concluso. E’ la rabbia di chi perde una persona amata, perchè non c’è più, se ne è andata ma non per sua volontà. E’ la rabbia di chi non sente più niente, ma non perchè non ha più cuore, ma perchè il dolore ha spezzato il ponte sospeso che lo univa al mondo. E’ la rabbia di chi pensava di avere il potere di salvare ma il suo sforzo è stato vano, forse è mancato il tempo. E’ la rabbia per quell’orsacchiotto sul letto che ti sorride, per quel cuscino vuoto senza impronta che lo riempia, per quella montagna senza più verde, che sa di cenere, bruciata per stupidità umana. Di queste rabbie non ho paura perchè partono da un punto di riferimento che è l’amore per l’altro, l’amore che dopo il dolore riemerge e ti fa amare di più.

Ho paura della rabbia che sta al di là del vetro, dove vedi qualcuno agitarsi ma non ne capisci il motivo, non ti arrivano le sue imprecazioni e le sue prediche che sanno di male. E’ la rabbia che dietro a quel vetro diventa vulcano, mentre per noi si fa indifferenza e veloce abitudine.
… fino al giorno in cui quel vetro macchiato di sangue esplode, scuotendo con schegge di dolore la nostra “finta” sorpresa.

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One thought on “Morire di rabbia

  1. “E’ la rabbia che esplode violenta quando non ne abbiamo capito gli avvisi, ma al contrario ne abbiamo (involontariamente) alimentato l’amara fornace, la rabbia che si fa pazzia, che non discrimina il vero dal falso, il giusto dall’errore”.
    E’ la rabbia dell’invidia, che abbaglia fino a far vedere come positive persino le disgrazie altrui, la rabbia che fa pensare di essere sfortunati, bistrattati, in credito con una vita che sembra non voler elargire a piene mani tutto il successo, la ricchezza, la felicità cui si pensa di avere pieno diritto.
    In questa ottica il prossimo diventa un avversario da abbattere, da distruggere con tanta più veemenza quanto più sembri possedere le qualità e i meriti che si pensa di non poter mai conquistare. E’ una rabbia difficile da prevedere, se si ha la fortuna di non provare questo sentimento, una rabbia che cova, diventando lentamente sempre più profonda, gonfiandosi di orgoglio ferito, fino ad esplodere con una violenza ancora superiore a quella del vulcano, lanciando schegge che mirano a distruggere, ad annientare, ad eliminare definitivamente il rivale, reo soltanto di essere bello, o magro, o ricco, o intelligente, o famoso, o simpatico, o bravi, o…, o…, o…
    Ma in fondo basta poco per essere considerato un rivale: l’invidia vede i diamanti dove non c’è che un volgare vetro, il platino dove non c’è che banale piombo, e brama possedere proprio quel vetro, quel piombo, come gli fosse dovuto dalla sorte.
    Quante energie sprecate inutilmente! Come sarebbe più bello questo mondo, se ognuno si dedicasse alla cura del proprio orticello senza badare all’erba del vicino!

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