“Cazzo, perchè non hai frenato?”
Andrea urlava come un matto mentre l’auto sfrecciava veloce nella sera, allontanandosi dalla città. Ma Pietro non rispondeva. Guardava fisso la strada, aggrappato al volante come sospeso nel vuoto e non sembrava turbato da quel fiume di parole che il compagno vicino gli stava vomitando addosso.
Neppure il motore, spinto al massimo della sua potenza, sovrastava quella frase convulsa, ripetuta allo spasmo, mentre il suo corpo si agitava freneticamente come se il sedile scottasse. Ai piedi di Andrea la borsa con il bottino, l’incasso della giornata di quel benzinaio grassone che era sbiancato alla vista della sua nuova calibro nove.
Sul sedile posteriore dell’auto rubata giacevano sparse le calzamaglie, usate per nascondersi il viso.
Non era la prima volta e come sempre, il piano era stato studiato in ogni dettaglio. Giornate di appostamenti, appunti di orari ed abitudini, studio delle strade e delle vie di fughe, rendevano i due rapinatori diabolici, quasi perfetti. La brillante mente di Pietro ipotizzava anche i probabili imprevisti e necessariamente le possibili soluzioni. Andrea si fidava; del resto lui era solamente il braccio e Pietro restava l’indiscussa diabolica mente.
Ma quella sera nessun indovino avrebbe mai azzeccato il futuro.
Quella bicicletta spuntata dal nulla da quell’incrocio deserto non faceva parte del piano. Troppo rapida per Pietro quella sequenza di eventi ed inutile il suo tentativo di frenare per evitarne l’impatto, così come impossibile anche solo il pensiero di fermarsi, per il sopraggiungere a sirene spiegate di una volante della polizia. Andrea non si accorse di quell’ostacolo se non al rumore dell’impatto violento. Pietro ebbe invece un brevissimo tempo per fissare quegli occhi, piccole perle racchiuse da un limpido viso, sorpreso ma non impaurito ed ora impresso come istantanea nel ricordo della sua mente. Dopo lo scontro ebbe solo il tempo di guardare nello specchietto retrovisore e vedere la traiettoria di un corpo proiettato di lato in modo scomposto, che cadeva pesantemente sopra la strada come un fantoccio. Lo illuminavano i fari della volante che si fermò per prestare soccorso.
“Si è fermata cazzo, si è fermata” ripeteva Andrea gridando e sudando, pensando chiaramente alla volante della polizia.
Ma Pietro non lo sentiva e nel vetro del parabrezza scheggiato rivedeva l’ombra di quello sguardo innocente, che assomigliava a quello di tutti i bambini di quell’età.
Erano passati forse dieci minuti da quell’incidente ed il piano progettato con cura non aveva più senso. Pietro, senza condividere la scelta con Andrea, evitò la superstrada e si diresse verso la strada costiera.
Andrea continuava distratto quel suo rosario di imprecazioni e maledizioni, intento a cercare se nell’auto rubata ci fosse un pacchetto di sigarette. Ma trovò solamente fazzoletti di carta, qualche cassetta di musica jazz ed una rivista che parlava di architettura. Si rivolse allora a Pietro con una raffica di domande, alcune sensate ed altre che mostravano chiaramente il suo stato mentale alterato. Ma Pietro guidava in silenzio. Sembrava che per lui in auto non ci fosse nessuno ed intanto sentiva che qualcosa cominciava a crollare, forse anni di muri e di botte o la certezza che certi dolori con il tempo si possano dimenticare. Lo sguardo rimase fisso sulla strada tortuosa.
“Sono un bastardo e non sono riuscito a cambiare, anche se te l’avevo promesso” pensava tra sè.
La strada poco illuminata costeggiava una ripida scogliera a picco sul nero del mare. Di li a poco si sarebbe trasformata in stretti tornanti, prima di scendere in pochi minuti al piccolo paese del porto.
Dietro una curva, ecco comparire violente le luci blu dei lampeggianti di un posto di blocco.
“Merda” grido con voce ormai roca Andrea, sobbalzando sul sedile sudato.
“Un posto di blocco… merda e adesso cosa cazzo facciamo?”
Pietro come risorto da un lungo letargo rispose “Sta calmo e prepara la tua mitraglietta. Stasera la facciamo cantare”.
Si avvicinarono al posto di blocco rallentando la velocità della macchina. Ora vedevano bene la scena. Un poliziotto con una paletta alzata intimava l’arresto del mezzo, mentre poco lontano un altro collega li osservava imbracciando a sua volta un’arma da fuoco. Quando furono a poche decine di metri Pietro accellerò all’improvviso, spegnendo i fanali, mentre Andrea scaricò la sua rabbia, premendo a fondo il grilletto, sul poliziotto in mezzo alla strada, che cadde impotente stringendo ancora la sua paletta, come fosse un soldatino di piombo abbattutto da una pallina. La seconda raffica raggiunse il poliziotto appostato di lato che riusci, seppur ferito, a trascinarsi dietro la volante messa di traverso a sbarrare la strada. L’auto di Pietro superò con prepotenza quel tentativo di blocco, speronando i due mezzi della polizia, mentre lampi di fuoco si accesero da un angolo scuro poco distante. Erano altri poliziotti appostati nel buio e non visibili dalla sede stradale.
Il finestrino laterale di Andrea andò in frantumi, così come i suoi stupidi sogni, mentre schizzi di sangue gli imbrattarono il volto e macchiarono la camicia di Pietro. Andrea, colpito a morte, si chinò verso il cruscotto, come se ancora volesse cercare qualcosa, forse solo quella breve vita d’inferno che lo stava lasciando.
Pietro riusci a controllare l’auto, nonostante quel rumore di morte ed allontanarsi squarciando il buio di quella notte. Ma pochi secondi e già una volante si era messa al suo inseguimento. Una strana sensazione lo investi dal di dentro: brividi che mescolavano il vuoto nel petto o forse erano ancora quegli occhi che prepotenti tornavano a sporcare il suo sguardo. Eppure non aveva paura.
Gli rimbombavano in testa le parole di Andrea, le uniche che aveva ascoltato: “Cazzo, perchè non hai frenato?”, mentre le mani stringevano forte il volante, quasi fosse l’unico appiglio che avesse con quel mondo fatto di fughe, violenze e con solo una notte d’amore.
L’aria umida e fresca del mare entrava dal finestrino in frantumi di Andrea e gelava quelle gocce di sudore che scendevano dalle sue tempie.
Conosceva bene la strada e si ricordò di quando andava a pescare, prima che il sole sorgesse e svelasse il paesaggio ai suoi occhi. Il primo tornante dava proprio sul mare, quel mare nero che non vedeva per quello che era, ma solamente come un grande schermo dove proiettare la sua breve vita, un indefinito vuoto ormai pronto per incontrare un nessuno.
L’auto sfondò il parapetto e ronzando, gemette, prima di inabissarsi nell’acqua profonda.
Le cronache locali parlarono per giorni di quella rapina e fecero i nomi di Andrea, trovato crivellato di colpi, e di Pietro, morto annegato, ancora al suo posto di guida, come se non avesse provato a salvarsi.
I successivi rilievi della scientifica non trovarono segni di frenata sull’asfalto, ne anomalie nella meccanica dell’auto e non spiegarono quello strano incidente.
Negli articoli di giornale si parlò tanto di quel bambino travolto, poi trovato ferito ma ancora vivo, dalla volante della polizia: e si sà che la cronoca più è morbosa e più interessa la gente. Infatti gli strascichi di quella tragedia si spensero solo dopo un lungo periodo e tutto perchè la gente venne a sapere che quel bambino aveva proprio gli occhi di suo padre, detto Pietro il bandito.
La solita gente nei bar del paese commentò la vicenda con una frase, riassunta tra un bicchiere di bianco ed una giocata, che il destino a volte ha la faccia da duro ma il culo delle vecchie baldracche. Ed invece quell’uomo ha pagato soltanto un prezzo salato per aver ritrovato in ritardo una sensazione di amore.

Situazioni del genere mi vengono sempre in mente quando penso agli spacciatori ed ai trafficanti di droga…
tendiamo a liquidare con troppa superficialità le vicende degli altri, siamo troppo concentrati nel nostro ombelico
peccato
Ragazzi che racconto
Da brivido
>Ed invece quell’uomo ha pagato soltanto un prezzo salato per aver ritrovato in ritardo una sensazione di amore.
E quanta tristezza…