Sono andato lontano,
oltrepassando gli abituali confini.
Ho visto paesaggi cambiare,
ascoltato lingue diverse
e letto sui volti le storie di una vita apparentemente comune.
E nel mio procedere ho osservato il tempo sfilacciarsi,
frammentarsi nello spazio e nelle attese.
Ho potuto giocare con la mente,
con l’assenza di punti di riferimento
e con l’audace pensiero di restarne senza.
Dormendo sotto un tetto sconosciuto,
mi hai detto che tutto quel che è fuori è solo un illusione,
una improbabile realtà che costruisco e sgretolo ad ogni passo,
un cammino solitario di una luce in una strada sempre buia.
Ed ho voluto provare, ascoltare la tua voce.
Poi ho aspettato che l’alba si infiltrasse tra i pensieri,
che i rumori si riprendessero il silenzio
e sono sceso sicuro per la strada,
che pur essendomi straniera
restava portatrice di un possibile ritorno.
Non ho creduto nel vuoto dell’assenza
che può esistere nel dolore della mente,
in quell’abisso indefinibile che inizia al di là degli occhi
e finisce solamente annullando ogni distanza.
Un passo indietro per poter capire,
un passo avanti per poter guarire,
chi su quell’abisso si abbandona in volo
ascoltando l’ovattato eco del dolore;
al di là degli occhi chiusi rimane sempre il sole
che, uguale anche per te, brilla senza segnali d’illusione.
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Ogni volta che mi innamoro di te,
abbracciandoti, avvolgendomi nella tua pelle,
camminando mano nella mano, vicini,
come se ogni bacio fosse mutevole equilibrio,
una rosa che sboccia di passione e di mistero,
per lo stesso grande respiro che ci unisce.
Ogni volta che mi innamoro di te,
che sei sempre la stessa ma mai ripetibile.
Ti dedico le mie parole,
che per me non sono altro che le ali delle emozioni,
una serenata che suona sotto il balcone del cuore,
perchè tutto passa ma non l’attimo stesso in cui ami.
Ogni volta che mi innamoro di te
e tu di me,
anche quando un pò stanchi delle prove della vita
ci sediamo accanto, in silenzio o nel sussurro delle parole,
e guardiamo avanti,
ognuno con la propria forza che uniamo per la stessa meta,
abbracciati di fronte ad un tramonto
che si stende splendido sui colori dell’autunno,
mentre dentro il cuore è ancora primavera.
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E’ buffo, stai per chiudere una porta ed ecco che altri si affacciano e ti chiedono qualcosa o ti lasciano un messaggio. E’ buffo perchè non sanno che te ne vuoi andare via, non per fuggire a qualcosa o a qualcuno, ma solo per continuare quel viaggio iniziato tempo fa e raccontato dalle tue parole e dai tuoi pensieri.
E’ forte in me l’eco di queste parole:
“morire ogni giorno è il segreto per essere felici”.
Ma costa caro e non è facile, perchè spesso confondiamo il passato con il presente, nel bene e nel male. Così diventa improbabile poterlo abbandonare, relegandolo in secondo piano, in quel confine che accarezza l’esperienza e diventa ricordo. O meglio, di questo passato vorremmo lasciare in qualche buco nascosto quei dolori e quelle ferite che trasudano rimpianto e nostalgia, così come vorremmo portarci appresso solo i sorrisi e gli incontri sereni degli occhi che brillano.
La vita non è così. La vita che ci stiamo giocando, a volte con incredibile follia, non pianifica azioni per soddisfare le nostre scelte ma semplicemente scorre dandoci solo la possibilità di sfruttare ciò che è.
Il mio distacco,
è la foglia che scivola sul fiume,
abbandonando l’albero che l’ha creata,
sospinta dallo stesso vento che l’ha cullata,
affidandola ad una corrente che la porterà altrove.
Eppure a primavera,
l’albero sarà coperto da nuove foglie,
cullate dallo stesso vento
e che si specchiano nella corrente dello stesso fiume.
E tutto sarà parte della stessa vita,
perchè il distacco è solo un’apparenza,
un altro modo di esserci senza andare via.
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Come se nulla fosse cambiato,
perchè nulla cambia se non le parole,
se dentro di noi rimane quella presenza,
che indolente si ostina a pensare,
che basta dirle per poter veramente cambiare.
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C’è il tempo del pensare ed il tempo dell’agire. Giacciono entrambi sullo stesso piano ed è probabile incontrarli in armonia solo in un unico punto definibile, che è quello di un consapevole presente.
“Ma noi viviamo nel presente” mi si dice protestando.
Ed eccoci impegnanti a pensare che domani penseremo nuovamente e potremo fare quelle cose che rimandiamo inevitabilmente a quel tempo giusto per provare a farle. Parbleu! Qui ci vuole un respiro a fondo, tanto per cambiare l’aria che ristagna nei polmoni, dando fiato e nuovo slancio che si traduca in evidente movimento sostenuto da dinamica ed energia.
Certo, noi viviamo, per forza o per ragione, ma a furia di pensare senza agire, confondiamo il pensiero con l’azione, come se la vita fosse solamente un sogno, come se valesse la proprietà commutativa.
“Ma non è vero” mi si ribatte con vigore, ” non è facile cambiare ogni momento e seguire espressamente la volontà di ogni singolo pensiero.” Quelle précision! Non dico di saltare come grilli in mezzo all’erba, ne di volare tutto il giorno come api tra le diversità dei fiori, dico solo che alla fine del pensiero ci deve pure stare un punto, che non è nient’altro che la fine delle nostre previsioni ed un inizio di realtà che con la mente abbiamo solo ipotizzato.
E qui mi scuso e non mi pento.
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Ritorni a me,
come acqua corrente che torna al suo mare.
Ti ho vista imboccare una strada
e sono rimasto a guardare,
ad ascoltare il rumore che veniva da fuori.
Ti ho raggiunta nei sogni notturni,
per donarti la mia solitudine,
perché non ti dimenticassi di me.
Ritorni a me,
come un reso che non ha soddisfatto,
senza che io ti chiamassi
o volessi che fosse così.
Abbiamo camminato vicini,
fingendo di essere liberi
e di poterci ingannare.
Ma ora so che sono solo immagini sdoppiate di un’unica mente,
che ha messo a fuoco la sua precaria esistenza
e può finalmente …
tornare ad essere un’unica fonte di vita.
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Splendidi occhi, come stelle gemelle,
punti esclamativi sopra un sorriso solare.
Da perdersi dentro guardando il futuro,
dove le favole vivono con la realtà.
E quando la notte son chiusi,
come i fiori addormentati nel campo,
emanano ancora la luce del giorno.
Rimango in silenzio a guardarli,
come se potessi vederli giocare
e di nuovo imparare,
che i bambini hanno la forza dei sogni nella loro semplice vita.
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Il calore di una stufa accesa, la luce spenta e le ante aperte così che la notte ci possa spiare dentro. Una musica di sottofondo che culla le emozioni, le accarezza, mentre i pensieri sono liberi di nascere e morire tra una pausa e l’altro del mio respiro. La luce ha i colori della fiamma e plasma gli oggetti di ogni giorno, rendendoli ombre che si muovono ma non incutono timore, solo indefinibile magia.
E’ così che finisce un giorno, cominciato con cielo grigio e pioggia intensa, di quella che senti picchiettare sopra i tetti, che senti scorrere nelle grondaie, tra il fruscio delle foglie che si agitano nel vento. Non c’era voglia stamattina di abbandonare quel tepore che ricopriva i nostri corpi, abbandonati a morbidi contatti, semplici attimi di vita che continua insieme. E già ritrovarsi in macchina, con la luce artificiale dei lampioni riflessa sulla strada, ascoltando musica che scivola come pioggia sul mio risveglio, assaporandola dolcemente come fosse la mia prima colazione. E poi la vita che scorre nella frenesia di un mondo che si affretta e si dispera, come se non ci fosse mai il tempo per partire, come se non ci fosse mai il tempo per arrivare a destinazione. Pensieri, azioni, nuvole grigie, nuvole bianche, tempeste ed arcobaleni, in questo nostro variabile tempo, senza previsioni certe e con rovesci di preoccupazioni. Ma forse è normale e ci siamo abituati; ma forse è normale se sappiamo ritagliarci quei momenti in cui un sorriso vero può fungere da oasi di riposo. Ed arriva il momento del ritorno, solitario nel caotico traffico della città, dove si comprimono meccanica e spirito ma difficilmente si arriva ad un contatto umano.
Guardo le colline che si avvicinano, accarezzate da una nebbia leggera di umidità, mentre a sprazzi si ritagliano pezzi di sereno, sufficienti a qualche raggio di sole per donare giochi autunnali di colore.
Mi cambio in fretta e corro verso il fiume, per ascoltarne il rumore, immerso nel silenzio del suo scorrere e della natura che lo protegge e lo nasconde. Vapori leggeri si sospendono e rendono visioni che non riesco a riportare, che non riesco a definire come una fotografia che congela un attimo ma non racchiude niente di ciò che mostra a chi non l’ha vissuta. Il fiume che si armonizza al mio respiro, o forse la mia corsa che si svolge al ritmo dello scorrere di un fiume che non è mai lo stesso, pur conoscendolo da sempre.
Niente di particolare quando finisce un giorno, anche se ogni giorno ha qualcosa di speciale, che adesso è qui con me, accanto al calore di una stufa accesa, mentre fuori ormai la notte si è stancata di sbirciare dentro la mia stanza ed ha steso la sua grande coperta ricamata di stelle e da luce bianca della luna.
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Guardami adesso, alzando lo sguardo,
ora che le gocce scivolano lentamente sul vetro scheggiato.
I miei occhi non brillano, luccicano perché bagnati da lacrime.
Come è stato possibile dimenticare, ancora una volta, come sempre.
Il libro pesante del nostro vivere è scritto ogni giorno,
ma pur aperto sul tavolo nessuno lo legge, nessuno sembra imparare.
Si sfoglia distrattamente nell’emozione di un dolore comune,
si scorre con le dita seguendone le frasi,
per poi lasciar inghiottire i nostri pensieri da un punto finale.
Rimane nell’aria un odore di polvere smossa,
un desiderio che smettesse di piovere, dentro.
Rimane sulle labbra un sapore amaro di perdita,
un capire che ancora una volta non siamo riusciti ad essere uomini,
capaci di quella saggezza nel vivere che ora non c’è.
Per qualcuno lo spazio si chiude sulla speranza,
come porte pesanti di una vecchia e soffocante prigione,
metafora triste di una implosione che senza rumore lo annulla, completamente.
Una coperta di propositi e promesse non serve
ad arginare un freddo che penetra a fondo per chi lo deve subire.
Ma tu non guardi,
distratto a contare i piccoli sassi di un fiume senza acqua,
che continui a scambiare per ricchi diamanti e ne riempi le tasche;
non sai o non ti accorgi che invece non hanno valore, solo un inutile peso.
Guardami adesso, non sono così lontano,
e se ascolti,
forse riesci a sentire il silenzio di cuori che non battono più.
Guardami, ho bisogno di te.
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Amarsi un po’ non è difficile,
a volte basta l’indefinibile.
Una mano che si apre piano,
che vuole stringere, dare calore,
ed un’altra che sa cosa ricevere.
Amarsi un po’ per non morire,
è vero che si può anche soffrire,
ma non lasciare al tempo le parole per decidere
se questo amare sia possibile.
Basta guardarsi un po’
e riconoscersi,
lasciare che sia un sorriso
a contraddistinguerci.
Amarsi un po’ è imprescindibile,
se ne sei complice e consapevole.
Unisci la tua nota alla musica del mondo,
che se a volte non ti pare di sentire
non vuol dire che non suoni anche per te.
Amarsi un po’ e tutto è già più semplice.
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